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Loro, i residenti delle frazioni di Pannone e Varano, lo dicevano da anni

28 Dicembre 2008


MORI – Loro, i residenti delle frazioni di Pannone e Varano, lo dicevano da anni: la quota della tariffa acqua destinata al servizio di fognatura e depurazione non avrebbero dovuto pagarla. Per un motivo semplice: fognatura e depurazione, in quei due paesi moriani della valle di Gresta, non ci sono. Ma finora si sono sentiti rispondere che la legge (quella provinciale che in materia recepisce quella nazionale) prevede in questi casi, oggi per fortuna rarissimi, che quella quota la si paghi lo stesso: i soldi versati vanno a finire in un fondo le cui risorse sono destinate a costruirla, la fognatura. Al che si arrabbiavano ancora di più, i residenti. Perché le fognature che loro da anni finanziavano con le bollette mai venivano costruite. Solo oggi, con mille contrattempi e ritardi, il Comune finalmente le sta realizzando. Ora a dar loro ragione è arrivata una sentenza della Corte costituzionale (promossa dal giudice di pace della cittadina campana di Gragnano) secondo cui l’articolo 14 comma 1 della cosiddetta legge «Galli», la numero 36 del 5 gennaio 1994 («disposizioni in materia di risorse idriche»), sia nel testo originario che in quello modificato dall’articolo 28 della legge 179 del 31 luglio 2002 (che dispone in materia ambientale), è in contrasto con la Costituzione. Della quale vìola nientemeno che cinque articoli, i numeri 2, 3, 32, 41e 97. Riassumendo in due parole, la parte della legge che tratta la materia in causa determina una discriminazione dei cittadini che versano la tariffa senza usufruire del servizio di depurazione, rispetto a coloro che versano la tariffa e il servizio ce l’hanno; inoltre, «incoraggia il lassismo degli enti locali a spese della salute dei cittadini e delle future generazioni, danneggiate dall’inquinamento che ne scaturisce». Ancora: non prevedendo un limite temporale oltre il quale non sia possibile procedere alla riscossione del canone di depurazione in assenza del servizio, «rimette all’arbitrio degli amministratori locali la cessazione del pagamento del canone in assenza del depuratore», differendo indebitamente la realizzazione della qualità di soggetto di diritto. Per quanto riguarda il privato cui è affidata la gestione delle risorse idriche, «imponendo il pagamento della tariffa in assenza del servizio di depurazione, esso espleta un’attività economica in contrasto con la dignità umana e l’utilità sociale». Infine, «consente alla pubblica amministrazione d’imporre ai cittadini una sorta di "tassa sine titulo" la cui finalizzazione ad una futura esecuzione degli impianti appare generica ed astratta». Insomma, la normativa in virtù della quale in valle di Gresta per anni s’è pagata la depurazione che non c’è, è ampiamente incostituzionale. Per la soddisfazione di chi in valle vive e da anni va dicendo la stessa cosa, per altro senza alcun risultato. E adesso?  «E’ evidente – ha risposto l’assessore ai lavori pubblici di Mori Saverio Radam, sollecitato da un’interrogazione della consigliera verde Elena Berti sulla questione – che tutti quelli che sono stati vessati da quest’imposizione illecita possono richiedere direttamente alla Provincia autonoma di Trento, singolarmente, associati o attraverso il Codacons, la restituzione di quanto hanno versato».

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